Vi era un tempo, al confine della terra della notte eterna, un grande scoglio, imponente, che sorgeva dalle acque scure e turbinanti. La cima dello scoglio era il punto più remoto da cui si vedeva sorgere, lontano a nord, per soli pochi istanti, la chioma dorata di Shan'hariel; e quello era segno di grande speranza. Gli ush'elain si recavano in pellegrinaggio sulla sommità dello scoglio per innalzare le loro preghiere al distante padre degli elfi, ed avevano eretto un tempio che ogni giorno catturava quel verde raggio solitario, e lo tratteneva in una lucernaria che lo diffondeva fino al mattino dopo. Gli ush'elain trattavano quello scoglio come se fosse vivo, e per alcuni era tutto ciò che restava di Larathar, il loro divino padre.
Lo scoglio negli anni venne circondato da mille correnti turbinanti, frutto del turbolento mare sempre in tempesta. Quelle correnti erano caotiche, spiravano un giorno da un lato un giorno dall'altro, da nord a sud e poi in direzione contraria, un giorno tacevano ed un giorno erano tanto violente da rischiare di spazzare le molte barche degli ush'elain che si avvicinavano allo scoglio.
Con il tempo quelle correnti caotiche, il cui corso era spezzato dal solido scoglio, inamovibile ed eterno, si coagularono in un solo, massiccio vortice: e gli ush'elain seppero che quella zona andava evitata. Ma la forza di quel turbine era tale che le radici dello scoglio, nei secoli, iniziarono a cedere; e con grandi maremoti e scosse del terreno, lo scoglio si mosse appena, verso il vortice. Rimise le proprie fondamenta sul fondale, ma fu solo temporaneo. Una seconda, una terza, una quarta volta il vortice attirò lo scoglio, e nei maremoti il tempio rischiò di esserne distrutto. Giunse il momento in cui lo scoglio fu del tutto inglobato nel vortice, e le sue radici furono del tutto sciolte; e gli ush'elain non potevano più accedere allo scoglio, perché la violenza del vortice era troppa. Alte giunsero le preghiere ed i salmi, perché quel faro di luce era per gli elfi perduto; ma lo scoglio li udì. Tentò di tornare fuori dal vortice, perché uno scoglio doveva ancorarsi al solido suolo di Phusos, non lasciarsi sballottare dalle correnti marine; ma il vortice resisteva, voleva trasformare la roccia in mare, inabissarlo, tenerlo lontano dagli elfi che tanto lo adoravano.
Ma lo scoglio mise nuovamente radice, e pian piano migrò di nuovo al suo posto; ma il vortice non rimase. Si sciolse, e se ne andò. Sparì, in una notte, ed al sorgere di Shan'hariel il tempio iniziò a risplendere di nuovo; ma la luce pareva smorzata, come se in quel vortice lo scoglio avesse lasciato parte della propria statuaria forza.
E la variazione sul tema.
Vi era un tempo, a Vorghel, un grande guerriero. Un maestro di spada insuperabile, tutt'uno con la sua lama. Al contrario di tutti coloro che aveva affrontato e sconfitto, che si eccitavano all'idea della battaglia, lui era calmo, un'isola nel mare in tempesta, una montagna nel vento. La sua mente era precisa e calma, ed il suo corpo sapeva dove portare il colpo letale contro qualsiasi avversario, con lentezza e fluidità. Passarono gli anni, e nessuno era in grado di trovare una falla nella sua tecnica. Divenne tanto famoso che nessuno più lo affrontò. Divenne tanto esperto nell'uso della spada, che la spada non era più necessaria. Combatteva con la propria anima in mano, e la propria anima, la propria mente, era tutt'uno con il Vuoto.
Venne un giorno in città una danzatrice dell'Ovest, della lontana Chumaitun. Aveva danzato per le più grandi corti del mondo, per Admad di Omroed, per i Principi di Hildiakon, per Saggvir e per Aphezel e per Kandur e per Tharbin. Li aveva incantati uno per uno con la propria bellezza e la propria grazia. Giunse a Vorghel, e si recò dal maestro di spada. Meditava, come ogni giorno: la sua mente era nel Vuoto, la sua mente era il Vuoto. Era come un buco di immobile calma nel mondo turbolento. La danzatrice iniziò a danzargli attorno, e danzò per un'ora, per un giorno, per una settimana. Danzò come non aveva mai fatto, eppure lui meditava. Danzò ancora ed ancora, e pian piano nel Vuoto che era l'anima del maestro di spada, ed egli aprì gli occhi. Lasciò che la bellezza accecante della danzatrice riempisse i suoi occhi e la sua mente, e ne fu attratto. La danzatrice uscì dalla modesta pagoda del maestro di spada, e lui la seguì.
Sempre meno lo spadaccino si ricordava del Vuoto. Quando gli tornava a mente, tentava di fermarsi, di distogliere gli occhi dalla danzatrice; ma lei tornava a danzare, e lo riportava con sé.
Giunsero ad un monte, ed una grande calca li aveva seguiti. Il maestro non aveva combattuto per anni. La danzatrice smise di volteggiare, e guardò l'uomo.
"Ti ho distolto dal Vuoto, che è ciò che ti rende il migliore. Ora non sei più te stesso, mi hai seguito troppo a lungo" disse, e riprese a danzare, ed attaccò con un pugnale.
Il sangue zampillò dal ventre del maestro di spada: la sua anima non era più un'arma. Il dolore lo risvegliò, come uno scroscio di pioggia in piena notte. Si rese conto di aver concesso troppo a quella danzatrice, di aver abbandonato ciò che era, di essersi lasciato sconfiggere non perché lei fosse una buona combattente, ma perché era stata in grado di portarlo sul proprio campo di battaglia, così come lui aveva fatto con tutti i propri avversari. Lei l'aveva costretto a muoversi, così come lui aveva costretto i propri avversari ad attaccarlo. E con un colpo letale, l'aveva sconfitto.
Vagò nel Vuoto, alla ricerca di quella calma perduta. La ritrovò: non era mai andata via. L'aveva solo dimenticata. Si riconcentrò sul Vuoto, e vi rientrò in pieno. La ferita era aperta, ma non sanguinava più; e la sua anima era tornata la sua arma. Fece un solo passo, uno solo, un ultimo passo; e la sua anima, come la più affilata delle lame, giunse alla gola della danzatrice. Ma non la morse, non affondò.
"Mi hai sconfitto, mi hai mostrato il mio limite: per questo vivrai. Ma tu sei una danzatrice ed io un maestro. Tu sei il movimento, io la calma. Tu il caos, io l'ordine. Io l'equilibrio, tu la danza. Io il Vuoto, tu la passione degli elementi. Questa lotta non può essere portata avanti: siamo complementari, né io posso sconfiggere te, né tu me, senza privare l'altro della propria natura."
Nessuno sentì più parlare della danzatrice, né del maestro di spada; ma alcuni dicono che la loro lotta va avanti da allora, senza un vincitore né un vinto, connaturato alla vita stessa, eterno come il ciclo delle stagioni.