Cristallino

scritto da Laeviar il mercoledì, 03 settembre 2008,18:12
Ovvero: nel sonno la realtà pare più vera.

Fin troppo spesso i miei sogni sono sogni di spade.

Variano, si alternano. Ora è una lama larga, due palmi nel suo punto maggiore, che traccia archi sibilanti nell'aria cristallina che precede l'odiato risveglio, brandita con una facilità che solo un sogno può regalare. Ora è una lama esile, che guizza armoniosa in ogni direzione, diretta alla gamba, all'ascella, al collo, lì dove nuoce di più. Sembra vibrare di una nota impercettibile, l'aria, quando viene squarciata da quella punta ferale.

Si alternano fra molte e diverse spade, in diverse situazioni. Ma una è la costante: il clangore di metalli che si scontrano con sonoro impatto, il frusciante stridere di due lame che scorrono l'una sull'altra, il vibrare sonoro delle armi che ad ogni colpo viene interrotto e sostituito da uno nuovo, tutto particolare.

Nella mia mente danzano due dervisci di spada muniti. A volte li vedo, a volte li sento, a volte solo so che sono lì, a volte la sensazione è tanto vivida che mi sento ansimare, percepisco il grattare di un usbergo di maglia sulla pelle, la presa difficile sull'elsa intrisa del sudore di un lungo duellare.

Quello è il momento peggiore.

Quello, in cui rizzo la schiena fiero, il cuore mi si riempie d'una completezza che non credevo possibile, le ali, le mie ali piumate si stendono, ed il braccio - è il sinistro, sempre il sinistro - si muove in un arco che invita l'avversario a riprendere, per sempre, l'immortale danza di morte.

E poi, il braccio incontra il cuscino, gli occhi si riaprono al mondo, e la realtà di cristallo si opacizza una volta di più, celando quel mondo che era mio, era mio in quel sublime delirio in cui ogni cosa è ciò che dovrebbe essere.

E perciò, come il poeta che tanto vitupero, mi volto, sapendo che se un giorno rimarrò addormentato, quella sarà la mia realtà, quella vera, quella dietro il velo di Maya, quella al di là della falsa percezione. Ma dormire per sempre, si sa, è il riposo eterno.

E così, per una contraffazione del mio percetto onirico, non temo la morte.

Perchè la morte sarà l'inizio dell'immortale danza di spade.
 
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Nugae n° 2 e 3

scritto da Laeviar il giovedì, 01 maggio 2008,08:52

Tutto ciò che siamo è attesa di un senno perduto,
è un gelido sbocciare di gigli,
è un fuoco di cotone smorzato.

E l'unico modo è fuggire e tornare
da un brivido vecchio ormai sciolto
in un carnevale di primule viola,
in un letto di steli arsi d'estate

categoria:nugae
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Variazioni

scritto da Laeviar il mercoledì, 09 gennaio 2008,09:33

Vi era un tempo, al confine della terra della notte eterna, un grande scoglio, imponente, che sorgeva dalle acque scure e turbinanti. La cima dello scoglio era il punto più remoto da cui si vedeva sorgere, lontano a nord, per soli pochi istanti, la chioma dorata di Shan'hariel; e quello era segno di grande speranza. Gli ush'elain si recavano in pellegrinaggio sulla sommità dello scoglio per innalzare le loro preghiere al distante padre degli elfi, ed avevano eretto un tempio che ogni giorno catturava quel verde raggio solitario, e lo tratteneva in una lucernaria che lo diffondeva fino al mattino dopo. Gli ush'elain trattavano quello scoglio come se fosse vivo, e per alcuni era tutto ciò che restava di Larathar, il loro divino padre.

Lo scoglio negli anni venne circondato da mille correnti turbinanti, frutto del turbolento mare sempre in tempesta. Quelle correnti erano caotiche, spiravano un giorno da un lato un giorno dall'altro, da nord a sud e poi in direzione contraria, un giorno tacevano ed un giorno erano tanto violente da rischiare di spazzare le molte barche degli ush'elain che si avvicinavano allo scoglio.

Con il tempo quelle correnti caotiche, il cui corso era spezzato dal solido scoglio, inamovibile ed eterno, si coagularono in un solo, massiccio vortice: e gli ush'elain seppero che quella zona andava evitata. Ma la forza di quel turbine era tale che le radici dello scoglio, nei secoli, iniziarono a cedere; e con grandi maremoti e scosse del terreno, lo scoglio si mosse appena, verso il vortice. Rimise le proprie fondamenta sul fondale, ma fu solo temporaneo. Una seconda, una terza, una quarta volta il vortice attirò lo scoglio, e nei maremoti il tempio rischiò di esserne distrutto. Giunse il momento in cui lo scoglio fu del tutto inglobato nel vortice, e le sue radici furono del tutto sciolte; e gli ush'elain non potevano più accedere allo scoglio, perché la violenza del vortice era troppa. Alte giunsero le preghiere ed i salmi, perché quel faro di luce era per gli elfi perduto; ma lo scoglio li udì. Tentò di tornare fuori dal vortice, perché uno scoglio doveva ancorarsi al solido suolo di Phusos, non lasciarsi sballottare dalle correnti marine; ma il vortice resisteva, voleva trasformare la roccia in mare, inabissarlo, tenerlo lontano dagli elfi che tanto lo adoravano.

Ma lo scoglio mise nuovamente radice, e pian piano migrò di nuovo al suo posto; ma il vortice non rimase. Si sciolse, e se ne andò. Sparì, in una notte, ed al sorgere di Shan'hariel il tempio iniziò a risplendere di nuovo; ma la luce pareva smorzata, come se in quel vortice lo scoglio avesse lasciato parte della propria statuaria forza.

E la variazione sul tema.

Vi era un tempo, a Vorghel, un grande guerriero. Un maestro di spada insuperabile, tutt'uno con la sua lama. Al contrario di tutti coloro che aveva affrontato e sconfitto, che si eccitavano all'idea della battaglia, lui era calmo, un'isola nel mare in tempesta, una montagna nel vento. La sua mente era precisa e calma, ed il suo corpo sapeva dove portare il colpo letale contro qualsiasi avversario, con lentezza e fluidità. Passarono gli anni, e nessuno era in grado di trovare una falla nella sua tecnica. Divenne tanto famoso che nessuno più lo affrontò. Divenne tanto esperto nell'uso della spada, che la spada non era più necessaria. Combatteva con la propria anima in mano, e la propria anima, la propria mente, era tutt'uno con il Vuoto.

Venne un giorno in città una danzatrice dell'Ovest, della lontana Chumaitun. Aveva danzato per le più grandi corti del mondo, per Admad di Omroed, per i Principi di Hildiakon, per Saggvir e per Aphezel e per Kandur e per Tharbin. Li aveva incantati uno per uno con la propria bellezza e la propria grazia. Giunse a Vorghel, e si recò dal maestro di spada. Meditava, come ogni giorno: la sua mente era nel Vuoto, la sua mente era il Vuoto. Era come un buco di immobile calma nel mondo turbolento. La danzatrice iniziò a danzargli attorno, e danzò per un'ora, per un giorno, per una settimana. Danzò come non aveva mai fatto, eppure lui meditava. Danzò ancora ed ancora, e pian piano nel Vuoto che era l'anima del maestro di spada, ed egli aprì gli occhi. Lasciò che la bellezza accecante della danzatrice riempisse i suoi occhi e la sua mente, e ne fu attratto. La danzatrice uscì dalla modesta pagoda del maestro di spada, e lui la seguì.

Sempre meno lo spadaccino si ricordava del Vuoto. Quando gli tornava a mente, tentava di fermarsi, di distogliere gli occhi dalla danzatrice; ma lei tornava a danzare, e lo riportava con sé.

Giunsero ad un monte, ed una grande calca li aveva seguiti. Il maestro non aveva combattuto per anni. La danzatrice smise di volteggiare, e guardò l'uomo.

"Ti ho distolto dal Vuoto, che è ciò che ti rende il migliore. Ora non sei più te stesso, mi hai seguito troppo a lungo" disse, e riprese a danzare, ed attaccò con un pugnale.

Il sangue zampillò dal ventre del maestro di spada: la sua anima non era più un'arma. Il dolore lo risvegliò, come uno scroscio di pioggia in piena notte. Si rese conto di aver concesso troppo a quella danzatrice, di aver abbandonato ciò che era, di essersi lasciato sconfiggere non perché lei fosse una buona combattente, ma perché era stata in grado di portarlo sul proprio campo di battaglia, così come lui aveva fatto con tutti i propri avversari. Lei l'aveva costretto a muoversi, così come lui aveva costretto i propri avversari ad attaccarlo. E con un colpo letale, l'aveva sconfitto.

Vagò nel Vuoto, alla ricerca di quella calma perduta. La ritrovò: non era mai andata via. L'aveva solo dimenticata. Si riconcentrò sul Vuoto, e vi rientrò in pieno. La ferita era aperta, ma non sanguinava più; e la sua anima era tornata la sua arma. Fece un solo passo, uno solo, un ultimo passo; e la sua anima, come la più affilata delle lame, giunse alla gola della danzatrice. Ma non la morse, non affondò.

"Mi hai sconfitto, mi hai mostrato il mio limite: per questo vivrai. Ma tu sei una danzatrice ed io un maestro. Tu sei il movimento, io la calma. Tu il caos, io l'ordine. Io l'equilibrio, tu la danza. Io il Vuoto, tu la passione degli elementi. Questa lotta non può essere portata avanti: siamo complementari, né io posso sconfiggere te, né tu me, senza privare l'altro della propria natura."

Nessuno sentì più parlare della danzatrice, né del maestro di spada; ma alcuni dicono che la loro lotta va avanti da allora, senza un vincitore né un vinto, connaturato alla vita stessa, eterno come il ciclo delle stagioni.

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Suicide note

scritto da Laeviar il lunedì, 22 ottobre 2007,21:31

Vivi la tua vita pieno di illusioni e speranze. Vivi la tua vita con il sogno di avere una donna al tuo fianco che, anche a distanza di anni, anche quando la pelle del suo volto inizia a non essere più perfetta come quando aveva vent'anni, anche allora farà girare gli uomini per strada e rodere d'invidia le donne. Continui a desiderare una compagna che sia in grado di mandarti gambe all'aria, ogni giorno, con la sua intelligenza, con la sua simpatia, con la sua sensualità. Passi le tue giornate nella speranza che qualcosa o qualcuno cambi tutto ciò che vedi. Pensi che ora le cose non sono come le vorresti, ma arriverà un momento. Ma giorno dopo giorno, anno dopo anno, fallimento dopo fallimento, ti rendi conto che stai solo sognando, che non potrai mai avere quella donna dorata dagli occhi profondi come un terso mare. Che non potrai mai stare con l'unica persona che ti completa, tutto ciò che per anni ti è mancato, e che trovi in un solo metro e sessanta di adorabile completezza.

E dunque, per paura e per solitudine, un giorno finalmente ti accontenti. Ti accontenti di una donna mediocre, non brutta, non bella, non geniale, non stupida, non intrigante, non insipida. Ti accontenti, perché qual è l'alternativa? Rimanere da soli? Non avere figli? No, non si può, in qualche modo tutto ciò deve finire. Ci si deve accontentare.

E poi ti ritrovi a quarant'anni, avviluppato nella mediocrità della persona che hai sposato, e non hai ottenuto nulla nella tua vita, nessuno dei tuoi sogni. Ti rodi un po' il fegato a cercare di attribuire una colpa, a qualcuno o qualcosa, ma la realtà, l'unica vera realtà, è che la colpa è della natura umana. Della nostra incapacità di essere felici con ciò che abbiamo, perchè vogliamo sempre qualcosa di più; sempre qualcosa che non possiamo più avere. Per cui accontentarci non va bene, non possiamo avere abbastanza, dobbiamo avere di più.

Abbastanza non è abbastanza.

Ed a nulla valgono i tuoi figli, poveri piccoli innocenti; a nulla vale convincerti che ami la persona che hai sposato; a nulla vale la vita che hai costruito, accontentandoti. E daresti tutto per ritornare a quando avevi vent'anni, e potevi scegliere, ma non l'hai mai fatto. Non sei mai riuscito. E dunque è tardi, ora.

Tardi per ripensarci, tardi per cambiare le cose. Non ci sei riuscito quando potevi, non ci riuscirai certo ora che ogni rimasuglio di quei sogni, ogni vestigia di quelle ali che credevi di possedere è sparito, divenuto cenere.

Accese un fiammifero, e bruciò la carta su cui stava scrivendo.

Poi, morse la canna della pistola, ed il grilletto disegnò una costellazione di sangue sul muro.

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Nuga n° 1

scritto da Laeviar il domenica, 16 settembre 2007,14:30

Se n’erano andati tutti.

La vasta sala del trono, adorna di drappi verdi ed oro, era ormai vuota e silenziosa. Il vento sibilava fra i battenti socchiusi del salone, e sbatteva le finestre di vetro istoriato una contro l’altra, con tale violenza che pareva dovessero infrangersi d’un istante con l’altro.

Dall’esterno premeva per accalcarsi nella sala una turba di rumori contrastanti: grida, trombe, passi, colpi di cannone, acciaio contro acciaio. Poi le grida ed i canti di gioia.

Sul trono, comodamente assiso, stava il re. Spalle ampie, braccia forti, occhi penetranti. Un guerriero, per tutta la sua vita. Un guerriero che aveva perso ogni desiderio di combattere l’ennesima battaglia.

Per anni aveva regnato su un paese che l’aveva amato ed osannato – ed egli credeva di essere in cima al mondo. Non desiderava i troni imponenti di Hovedstad o Gyrnos; a nulla gli interessavano le pompose corti degli elfi. No: Hevvern era l’unica casa di cui aveva bisogno. Aveva affidato le proprie sorti nelle mani dei suoi consiglieri, di quegli amici di gioventù che credeva non gli avrebbero mai voltato le spalle.

Poi era giunta la minaccia da occidente. Hesjandor con le sue armate inarrestabili. Aveva combattuto e combattuto, mille battaglie, sempre in prima linea. Ma ogni volta, le sue armate perdevano in convinzione, perdevano in amore per lui. Aveva vinto ed aveva perso, ma ciò che più aveva perduto erano i suoi consiglieri.

Hesjandor era alle porte di Hevvern. E la sala del trono era vuota: tutta la sua corte era fuggita, lasciandolo solo. Molti erano passati al nemico. Molti altri erano fuggiti il più lontano possibile. I pochi – pochissimi – che avevano deciso di rimanere, stavano morendo.

Il portone si aprì, ed un messaggero entrò, incespicando, con una freccia conficcata nel fianco. Perdeva sangue.

"Maestà! Stanno arrivando, Maestà! Fuggite, o armatevi… sono qui!" si affannò a dire il messaggero.

Il re increspò la bocca in un sorriso distante e rassegnato. Tamburello con le dita sulla lama della spada, della bella spada dorata di suo padre, adagiata di traverso sulle sue gambe.

"No, ragazzo. Nessuna delle due. Non ho più le forze per un’altra battaglia – non te ne rendi conto? Ho combattuto da solo finora. E sono stanco: che accada ciò che deve" rispose, e la sua voce era priva della tonante energia che l’aveva animata per tanti anni.

"Ma… Maestà, i vostri consiglieri…"

"Dove sono ora? In rotta, o nascosti in chissà quale buco gli sia capitato di scovare. Nessuno ha mai combattuto con me, giovanotto. Hanno combattuto per me, semmai. Sono stanco di lottare. Lascia che vengano a prendermi. È ora."

Come ebbe detto queste parole, il portone si spalancò, e comparve un uomo. Capelli neri, pelle bronzea, un panno rosso intenso drappeggiato sulla spalla sinistra. Scaraventò il messaggero di lato, e si avvicinò con passo sicuro al trono.

Il re non mosse un dito.

Si avvicinò ancora di più, si chinò in avanti e gli sussurrò all’orecchio.

"In morte si acquista la saggezza che è mancata in vita, mio re. Ti saresti dovuto fidare di te stesso e di te soltanto. Invece ti sei circondato di idioti che avevano più cura di se stessi che di te. E quando hanno dovuto combattere, quando hanno dovuto sollevare una lama per difenderti, si sono dileguati come nebbia in un mattino ventoso. Ed ora sei debole per combattere da solo. La fine è giunta, mio re: ringraziami" disse l’uomo, e sorrideva.

Il re annuì, e sospirò.

Morì pochi istanti dopo, assiso sul suo trono. Solo, meno che per la presenza del suo peggior nemico: se stesso.

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